Nel 2040, secondo Banca d’Italia, potrebbero esserci 5,4 milioni di persone in meno in età lavorativa, con l’amarissima potenziale conseguenza di un calo del 9% della forza lavoro e del PIL. Si tratta di numeri impressionanti. Le migrazioni possono contrastare il calo demografico, quello della forza lavoro e della produttività? E, se sì, a quali condizioni? A questa domanda ha risposto il report Gli impatti economici delle migrazioni: problema o risorsa? realizzato dall’Area Studi Mediobanca e presentato durante Ia prima Mediobanca CSR Conference Migrazioni e inclusione, l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati.
Vediamone i punti salienti.
Gli immigrati economici e la crescita del PIL
Recenti simulazioni del Fondo Monetario Internazionale indicano che a livello internazionale gli immigrati economici fanno crescere il PIL del Paese ospitante di quasi l’1% a cinque anni dall’arrivo: il fattore che più di tutti determina tale impatto e la sua intensità è rappresentato dalle politiche di integrazione che valorizzano, appunto, il capitale umano immigrato. Il caso dei rifugiati è emblematico: il loro modesto impatto economico sarebbe, al 2040, superato nel caso in cui vengano adottate politiche di integrazione che, a seconda della loro dimensione ed efficacia, potrebbero generare incrementi del PIL. Secondo Gabriele Barbaresco, direttore Area Studi Mediobanca, che ha presentato il report, tale incremento è quantificabile tra lo 0,6% – realizzato attraverso politiche di integrazione potenziate – e l’1,3%, conseguito con politiche di forte integrazione, rispetto al +0,15% registrabile a politiche invariate.
Flussi migratori più qualificati
Oltre che dalla qualità delle politiche messe in campo dal Paese per integrare i migranti, gli effetti economici sul Paese ospitante dipendono anche dalla qualità dei flussi migratori, ovvero dalle skills e dalla formazione dei migranti stessi, nonché dal funzionamento del mercato del lavoro. Sotto questo aspetto, è ormai dimostrato che i Paesi con una popolazione nativa più istruita tendono ad attrarre immigrati più qualificati. Il caso dell’Italia è, in questo senso, emblematico: tra tutti i Paesi della UE, il nostro ha il numero più basso di immigrati con istruzione universitaria (13%), il che è coerente con il fatto che ha anche la seconda quota più bassa di nativi con istruzione terziaria (22%). L’Italia del lavoro registra, poi, il numero più basso di migranti extra UE in occupazioni a elevata competenza: si tratta di appena il 14%, rispetto al 33% dell’Unione Europea, al 51% della Svezia, al 47% della Norvegia. In particolare, nel nostro Paese un immigrato extra UE ha una probabilità più bassa che in Europa di avere un’occupazione qualificata e una probabilità più alta che in Europa di trovare un’occupazione elementare, se non addirittura dequalificante, ovvero con requisiti inferiori rispetto alla formazione posseduta.
Le specificità del caso italiano
Il particolare caso italiano genera particolari conseguenze economiche.Se, infatti, in Italia i migranti appaiono impiegati in mansioni a bassa qualifica, da un lato le imprese ne possono trarre vantaggi di costo e aumento dei profitti, dall’altro si generano inefficienze economiche: di conseguenza, nel nostro Paese un aumento dell’1% della quota di migranti extra-UE nel mercato del lavoro è collegato a una riduzione della produttività dello 0,5%, in netto contrasto con la casistica internazionale, che tendenzialmente associa alla migrazione effetti positivi anche sulla produttività.
Best practice a confronto
Le best practice internazionali per contrastare l’inverno demografico italiano: Giappone, Canada o Svezia? Gli studi evidenziano che il modello giapponese – bassa migrazione e solo altamente qualificata – è perdente: la qualità di formazione e skills professionali ha bisogno di accompagnarsi a flussi numericamente adeguati. Quanto al modello canadese – ovvero, flussi migratori alti e qualificati -, consente di pareggiare i cali demografici, ma per vincerli è necessario integrare l’approccio canadese con quello svedese, che contempla anche un’azione decisa per generare alti tassi di partecipazione al mercato del lavoro. Insomma, le esperienze internazionali indicano che, per contrastare il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione, bisogna superare l’idea della migrazione in funzione meramente sostitutiva e usare l’integrazione come leva. In particolare, le simulazioni rilevano che adottare in Italia politiche virtuose ispirate ai modelli svedese e canadese integrati consentirebbe, al 2060, di abbattere in misura superiore al 40% l’indice di dipendenza, ovvero il rapporto percentuale tra popolazione in età non attiva (0-14 anni e oltre 64 anni) e popolazione attiva.
Politiche di accoglienza e integrazione
In conclusione, mettere in campo efficaci e ampie politiche di accoglienza e integrazione appare il passo necessario per valorizzare in maniera piena il potenziale delle persone migranti, incluse quelle – vedi i rifugiati – che hanno lasciato il proprio Paese con motivazioni diverse dalla ricerca di lavoro. Tutto ciò richiede, chiaramente, rilevanti risorse finanziarie, nella considerazione che il rapporto costi-benefici diventa positivo dopo una decina di anni. Conti pubblici a posto, costo elettorale gestibile, ceto politico ed elettori pazienti sono le ulteriori condizioni ineludibili per costruire un approccio razionale al fenomeno delle migrazioni che generi beneficio economico, contribuendo a contrastare l’inverno demografico e favorendo la crescita della produttività, un vulnus antico del nostro Paese. L’Italia è pronta?
Photo credit: Shutterstock